Poeti di Alberona Michele Caruso PDF Stampa
Scritto da Cannizzomik   
Sabato 27 Febbraio 2010 17:32

Michele Caruso

Pe'locchie du penzére

(Foggia ,Grafilandia,1922) raccoglie tutte le poesie che Michele Caruso (nato ad Alberona nel 1890) era intenzionato a dare alle stampe prima che un male incurabile,il 20 aprile 1967,mettesse fine alla sua avventura terrena.

Dalle composizioni di questa raccolta emerge un profilo esaustivo del poeta alberonese,sia dal punto di vista umano e professionale,sia da quello poetico.

 

Michele Caruso ,pur non essendo un poeta prettamente lirico,rivela tuttavia momenti di profonda

commozione e di sincera cifra meditativa.

Egli non si sottrae al fascino delle stagioni,alla nostalgia dei ritorni,che diventano tanto piu' densi e propi quando più l'evento e la sua collocazione spazio-temporale si nidentificano nello spazio dell'immagine allusiva o metaforica.

 

Caruso diventa pensoso di fronte al destino dei luoghi nativi ed al naturale evolversi degli avvenimenti e delle cose.

Egli non è certo un laudator temporis acti ,ma non può non rimpiangere le voci e gli episodi,il dolore e isapori,rievocati dal notturno sospiro dei pioppi che si dondolano per la perdita della più nota fontana alberonese :

A mezzanotte,

tutt'i sante sére,

I chjuppe 'nfile,abbasce p'u canale,

murmuréjene o vénte de repane:

Pisscaréddhe,Pissciaré!

Un motivo che Caruso tratta con un taglio del tutto personale è il canto d'amore,dove l'immagine stilonovista della donna si coniuga con riflessioni che, a volte,rivestono un aspetto gnomico:

L'onore,se macchie,ne nn'é tèle,

ch'accatte,alave,a ssciacque e spann'o sole.

Pe'locchie du penzére è stato un omaggio a un maestro dai risvolti umanissimi,a un uomo innamorato del suo paese e della vita,della natura e delle cose, ma è stato anche un obbligo per chi ,come il prof. Giuseppe De Matteis e l'autore di questa nota che hanno curaton l'edizione ,ha in animo il proposito di sottrarre all'usura del tempo le testimonianze più significative della nostra terra.Michele Urrasio

Articolo pubblicato su Il Foglietto. 31 maggio 2003